Rileggendo un mio recente articolo, nato dallo spunto offerto da una notizia pubblicata su ShipMag, ho ritenuto interessante tornare sull’argomento soffermandomi maggiormente su un aspetto già accennato: il viaggio della merce, dal suo arrivo via mare nel porto di Aqaba al successivo trasferimento via terra verso l’Iraq. Un percorso che, spiegato nei suoi passaggi più semplici, aiuta a comprendere come una crisi marittima possa modificare rotte e collegamenti apparentemente consolidati.
Siamo abituati a guardare una carta geografica e a considerare quasi immutabili le grandi rotte del commercio marittimo. Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz, Gibilterra: passaggi che da decenni scandiscono il movimento delle navi e collegano porti, continenti e mercati.
Eppure le rotte non sono immutabili.Una crisi politica, un conflitto, l’insicurezza di uno stretto possono modificare in poco tempo equilibri costruiti nel corso degli anni. Le navi cercano altre strade, i carichi vengono indirizzati verso altri scali e un porto considerato fino a quel momento periferico può improvvisamente assumere un ruolo nuovo.
È quanto sta accadendo ad Aqaba, porto giordano sul Mar Rosso, in conseguenza della crisi dello Stretto di Hormuz.Aqaba non appartiene certamente ai nomi più familiari al grande pubblico quando si parla dei principali porti mondiali. Eppure la sua posizione geografica merita attenzione.
È l’unico sbocco marittimo della Giordania e si trova all’estremità settentrionale del golfo omonimo, uno dei due grandi rami nei quali termina il Mar Rosso. È quindi una porta naturale tra il mare e l’interno del Medio Oriente.Il sistema portuale di Aqaba serve da tempo l’economia giordana e comprende terminal destinati ai container e a differenti tipologie di merci. Oggi, però, il suo interesse supera i confini nazionali.
La forte riduzione della navigazione commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz ha infatti spinto una parte delle merci destinate all’Iraq a cercare una strada alternativa rispetto al tradizionale ingresso attraverso il Golfo Persico.
Ed ecco che Aqaba, quasi naturalmente, si è proposta come un’altra porta.Immaginiamo, in termini molto semplici, il viaggio di uno di questi container.La merce destinata all’Iraq, invece di entrare nel Golfo Persico e raggiungere il Paese attraverso la rotta tradizionale, viene trasportata dalla nave fino ad Aqaba, sul Mar Rosso. Qui il container viene sbarcato dalla nave e trasferito su un camion.
A questo punto comincia una seconda parte del viaggio, completamente terrestre. Il camion lascia il porto di Aqaba e attraversa la Giordania verso est fino al valico di Al-Karameh-Trebil, porta d’ingresso in Iraq. Da qui la merce prosegue verso la propria destinazione finale sul territorio iracheno, anche verso Baghdad. Secondo i dati forniti dalla Aqaba Development Corporation, il viaggio richiede mediamente circa 36 ore per raggiungere il confine di Trebil e circa 48 ore per arrivare da Aqaba a Baghdad.
In pratica, si è creata una sorta di “strada alternativa”: invece di affidare l’intero percorso alla tradizionale via marittima attraverso Hormuz e il Golfo Persico, una parte del viaggio viene compiuta sul Mar Rosso e quella successiva sulla terraferma.
È questo il significato, molto concreto, dell’espressione inglese land bridge, “ponte terrestre”. Non c’è naturalmente un ponte nel senso fisico del termine: è il territorio giordano che svolge la funzione di collegamento tra il porto di Aqaba e l’Iraq.Il container cambia mezzo, ma non interrompe il suo viaggio: scende dalla nave, sale su un camion e continua verso la stessa destinazione.In questo senso possiamo dire che la strada diventa la continuazione della rotta marittima.
I numeri aiutano a comprendere le dimensioni del fenomeno. Nei primi sette mesi del 2026 il traffico dei container in transito attraverso Aqaba ha superato gli 80 mila TEU e quelli destinati specificamente all’Iraq sono passati da 3.599 a oltre 37 mila.
Anche il movimento dei camion attraverso il confine tra Giordania e Iraq è cresciuto fortemente.Non siamo quindi davanti soltanto a qualche nave che ha cambiato porto. Stiamo osservando la nascita, dettata dalla necessità, di una vera catena alternativa di trasporto.Per chi ha trascorso molti anni sulle navi, una rotta non è mai stata soltanto una linea tracciata sulla carta nautica.
Dietro quella linea ci sono miglia da percorrere, giorni di navigazione, condizioni meteorologiche, consumi, porti di approdo e soprattutto la sicurezza della nave, dell’equipaggio e del carico.
Oggi a questi elementi dobbiamo aggiungere, con sempre maggiore attenzione, il rischio geopolitico.Una nave mercantile deve arrivare a destinazione. Se la strada normalmente utilizzata diventa troppo rischiosa, bisogna cercarne un’altra.Lo abbiamo visto nel Mar Rosso, quando l’insicurezza della navigazione ha portato numerose navi ad abbandonare temporaneamente Suez e ad affrontare il lungo percorso intorno al Capo di Buona Speranza.
Lo vediamo ora, con caratteristiche differenti, intorno a Hormuz.Ma ogni nuova rotta ha un prezzo. Aumentano le distanze o interviene la necessità di trasferire il carico su altri mezzi; cambiano tempi, costi, assicurazioni e organizzazione logistica.Per questo le decisioni prese durante una crisi possono avere conseguenze che vanno molto oltre l’emergenza che le ha determinate.
La domanda interessante, a questo punto, è semplice: che cosa accadrà ad Aqaba se la situazione nello Stretto di Hormuz tornerà alla normalità?I traffici riprenderanno integralmente le vecchie strade oppure una parte continuerà a passare attraverso la Giordania?Non possiamo ancora saperlo.
Ma nella storia dei commerci è accaduto più volte che un percorso nato per necessità abbia finito per conquistarsi uno spazio permanente. Una volta sperimentata una nuova catena logistica, si creano rapporti tra operatori, si organizzano servizi, si adeguano infrastrutture e vengono fatti investimenti.A quel punto non conta più soltanto il motivo per cui quella strada è stata aperta. Conta se funziona.
Ed è questa la scommessa di Aqaba: trasformare un vantaggio nato dalla crisi in una nuova funzione stabile del porto.Se ciò avvenisse, anche la geografia dei traffici regionali ne uscirebbe almeno in parte modificata. Il Mar Rosso acquisterebbe un’ulteriore funzione di collegamento verso l’interno del Medio Oriente e la Giordania rafforzerebbe il proprio ruolo di Paese di transito.
Ciò che avviene ad Aqaba non è però una questione lontana dall’Italia.Il Mar Rosso conduce a Suez e Suez conduce al Mediterraneo.Le rotte che attraversano questi mari appartengono a una stessa grande rete. Una crisi in un punto può produrre conseguenze a migliaia di chilometri di distanza, modificando itinerari, tempi di arrivo e scali utilizzati.
Per un Paese come il nostro, proteso nel Mediterraneo e fortemente legato al commercio marittimo, seguire queste trasformazioni non dovrebbe essere materia riservata agli specialisti.Capire dove vanno le navi significa anche capire dove si stanno spostando merci, interessi economici e nuove opportunità portuali.E significa ricordare che un porto non vive soltanto della propria posizione geografica. Vive della capacità di intercettare le rotte e di collegare efficacemente il mare con il territorio.Aqaba, oggi, ne offre un esempio molto concreto.
Le carte geografiche restano le stesse. Le coste non cambiano, gli stretti rimangono al loro posto e le distanze continuano a essere quelle indicate sulle carte nautiche.A cambiare sono gli uomini, le crisi, gli interessi e, di conseguenza, le rotte.A volte una nave deve percorrere migliaia di miglia in più. Altre volte il suo carico scende a terra, viene sistemato su un camion e continua il viaggio attraverso il deserto.
È ciò che sta accadendo tra Aqaba e l’Iraq.Una vicenda apparentemente commerciale che ci ricorda una regola semplice, ben conosciuta da chi naviga: quando una rotta diventa difficile o insicura, bisogna cercarne un’altra.E qualche volta basta che le navi comincino a scegliere un’altra strada perché un porto fino a ieri periferico si ritrovi, quasi improvvisamente, al centro di una nuova geografia del mare.
Immagine di copertina: Sana Janakat

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