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Il Golfo di Orosei. Alla scoperta di 40 km di bastioni, falesie calcaree e calette_di Alan Batzella

Sono trascorsi quasi quarant’anni da quando Fulco Pratesi e Franco Tassi , a proposito del Golfo di Orosei affermavano che “forse non c’é altrove nel nostro paese un arco di costa così ampio e così sconosciuto: 40 chilometri di bastioni e falesie calcaree, appena interrotti qua e là da poche calette, probabilmente il più bel tratto del litorale italiano in senso assoluto e senz’ombra di dubbio il più aspro e selvaggio”. 

Erano trascorsi meno di dieci anni dall’uscita di quel libro, quando ho avuto il privilegio di frequentare ripetutamente quella costa, esplorandola palmo a palmo sia a terra sia dal mare. 

Grazie ad un lavoro di pianificazione realizzato per l’Amministrazione comunale, ho scritto le pagine che seguono, ancora oggi, trent’anni dopo, la situazione non è sostanzialmente cambiata, se non per la presenza di un porto turistico allora ancora solo “pensato”, realizzato “sacrificando” una spiaggia di Santa Maria Navarrese. Porto, è doveroso dire, che in qualche modo ha consentito alla popolazione di Baunei di mettere in valore questa parte del territorio, ricavandone i meritati ritorni economici, senza che si distruggesse irrimediabilmente il patrimonio che i loro antenati e loro stessi avevano contribuito a preservare per sé e per le generazioni future.

Non ho ritoccato lo scritto di allora, perché penso che la descrizione mantenga intatta la sua attualità, e che costituisca la principale testimonianza di come una Comunità sia stata in grado di difendere l’identità del proprio territorio, la principale risorsa da cui, per secoli, ha tratto sostentamento senza consumarla. 

LA COSTA DI BAUNEI

Ancora oggi questa è indubbiamente la più selvaggia e incontaminata zona costiera italiana: inestimabile patrimonio di paesaggi dalle risorse naturalistiche assolutamente eccezionali. L’intero Golfo, dominato dalla roccia calcarea è formato da coste prevalentemente alte, strapiombanti su acque profonde, incise e modellate da codule, forre, grotte e caverne, in un susseguirsi di salti scoscesi ed elevati da poche decine a diverse centinaia di metri. E’, questa, la parte terminale del Supramonte di Baunei, che simile ad un immenso piano inclinato si protende verso il Tirreno, con un flessuoso profilo a palizzata, strapiombante nel più limpido e azzurro dei mari con una sequenza di falesie. Vero e proprio baluardo torreggiante, interrotto solo da poche e incantevoli spiagge, per di più difficilmente raggiungibili. Le più importanti, Cala Elune e Cala Sisine, rappresentano la parte terminale delle omonime Codule, paesaggi eccezionali e tipici di questo tratto della costa orientale sarda. 

Una fitta vegetazione, del tutto caratteristica, con formazioni derivanti dalla foresta primaria mediterranea, si afferma splendidamente lungo tutto il litorale, con aspetti fisionomici fra i quali predomina la macchia foresta, con il leccio dagli esemplari talora monumentali ed irraggiungibili che possono contare centinaia di anni. Ovunque è presente il Ginepro, dai tronchi antichi e contorti che spuntano tra le crepe della roccia negli angoli più scoscesi delle falesie, o raggruppato in formazioni a boscaglia che dominano l’intero Capo di Monte Santo.

La fauna è caratterizzata dalla presenza di importanti specie rare, alcune delle quali riportate nel “Red Data Book” dell’IUCN in quanto minacciate di estinzione a livello mondiale. Nel mare vivono ancora alcuni esemplari di Foca Monaca (Monachus albiventer o Leptonix monachus), e la costa è uno degli areali di nidificazione del Gabbiano Corso (larus audouinii), utilissimo indicatore ecologico che con la sola nidificazione segnala l’esistenza di un eccezionale stato di salute dell’ambiente prescelto. Altra specie nidificante di assoluto interesse è il Falco della Regina (falco eleonorae), che ha stabilito qui la più numerosa colonia del Mediterraneo. 

Le caratteristiche generali dell’ecosistema marino sono altrettanto eccezionali, vista la ancora scarsa influenza degli inquinamenti provenienti dalla cartiera di Arbatax e dagli insediamenti di Santa Maria e Cala Gonone. La presenza di estese e rilevanti formazioni di praterie sottomarine di fanerogame a Poseidonia oceanica lungo tutto l’arco costiero fino a profondità altrove proibitive per la specie, è il più importante indicatore dello stato di salute di questo mare. La fauna ittica è presente con una consistente varietà di specie e di popolamenti; nel recente passato non sono stati infrequenti avvistamenti di individui appartenenti a specie particolarmente rare nel bacino mediterraneo, come la Balena rostrata documentata nella primavera del 1979. 

Descrizione della costa, da Santa Maria Navarrese alla Punta dei lastroni di Cala Elune.

La costa immediatamente prospiciente l’abitato di Santa Maria Navarrese è costituita da una serie di spiaggette sabbiose, qua e la contornate da scogli fino ai piedi della scarpata di Sa Cadrea , su cui sorge l’Ostello, recentemente ampliato, e contraffortato da brutali murature in cemento prive di qualsiasi forma di finitura – come placcature in pietra e rivestimenti di rampicanti – che contribuirebbero ad attenuare esteticamente l’intrusione. Costeggiando in barca fino a Pedra longa, l’orizzonte interno è delimitato dal torrione calcareo di Monte Scoine (m.674), separato da una sella dalla solitaria falesia di Monte Oro (m.669). Le due emergenze sono collegate alla costa da un insieme di scarpate cespugliose, solcate da ripidi baccus che da Genna Candela, attraversando le distese di Masolce e Sa trempa e su lettu, arrivano a Pedra Longa gettandosi in mare con una successione di scogliere. Questo tratto di costa rocciosa è interrotto da quattro piccole spiagge sabbiose, dai 50 ai 100 metri di lunghezza, raggiungibili con facilità solo dal mare. 

Grotta del Fico

La guglia di Pedra Longa segna il limite settentrionale della “Costa di Levante di Santa Maria Navarrese”, dopo di che si sviluppa un insieme di paesaggi costieri assolutamente originali, grazie alla dominanza del calcare che, giungendo fino al mare, ne subisce gli effetti modellatori. A terra gli orizzonti di Punta Su Mulone (m.656) e Punta Argennas (m.710), separate dall’angusta fenditura di Bacu Olcoè, delineano con la Punta Giradili (m.757) uno scenografico anfiteatro naturale aperto verso il mare: l’ampia conca di Pedra Timpangiu. A chi provenga dal mare il paesaggio appena descritto è segnalato dall’emergenza dell’Agugliastra (o Pedra Longa, m.128): quasi un faro sul mare che caratterizza inconfondibilmente questo tratto di costa concorrendo, con le quinte retrostanti, alla formazione di un’architettura naturale di incomparabile plasticità e suggestione. 

Proseguendo la navigazione verso nord, le falesie di Punta Giradili (m.757) con il massiccio calcareo di Monte Ginnircu (m.811) incombono maestose sulle sottostanti scarpate di Forrola e di Serra Salinas, immensi pendii cespugliosi, a tratti ricoperti di macchia bassa assolutamente impercorribile e, nelle quote più elevate della scarpata di Giradili, da una lecceta frequentata solo da capre. Ai piedi di Punta Giradili, a quota 300 metri, poco distante dalla Grotta a corridoio di Baus (o S’Erriu mortu), si sviluppa in pendio un fitto bosco di oleandri, indiscutibile segnale della presenza di un corso d’acqua (Funtana Bausu) che precipita in mare da alcuni metri di altezza. Tutta la costa da Santa Maria a Forrola è cosparsa di ovili, ricavati in ripari sotto roccia o in piccole grotte. In un passato non molto lontano, alla base della conca di Pedra Timpangiu e della scarpata di Giradili, si stendeva una fitta copertura boschiva, della quale permangono notevoli esemplari di Carrubo, solitari relitti utilizzati dai caprai come riparo dall’insolazione e dalla calura estiva.

Le falesie, che finora si erano tenute a diverse centinaia di metri dalla riva, consentendo di accedere dal mare alla costa, sia nella spiaggia dei grossi massi bianchi e tondeggianti di Forrola, sia nella bassa scogliera tra la Punta del Pecoraro e Funtana sa Pedra modde, intervallata da minute spiagge ciottolate e da bassi e lisci tavolati granitici a pelo d’acqua, improvvisamente irrompono in mare con un profilo inclinato che le porta rapidamente dalla vetta di Monte Ginnircu (881 metri) ai 330 metri di Girove. In prossimità della Grotta dei Colombi infine, la falesia precipita direttamente in mare, aprendo una nuova sequenza di paesaggi che assimilano questo orizzonte ad una catena di montagne drammaticamente svettanti dal mare.

Grotta del Fico

Dai 330 metri di Girove la quota scende fino a pochi metri dal pelo dell’acqua per la stretta fenditura di Cala Magroni (cala dei cormorani), sbocco del canyon formato dal Bacu su Idile e dal Bacu Tenadili. Superata la fenditura la quota risale immediatamente, e nella falesia si spalancano ancora due aperture a fior d’acqua. In questa prima serie di grotte, ma in particolar modo in quella dei Colombi, è presente stabilmente una nutrita popolazione di colombi selvatici e colombacci che divide stressanti rapporti di vicinato con la soprastante, incombente, colonia di Falchi della Regina. 

La falesia continua quindi a scendere di livello. Raggiunto il Capo di Monte Santu, ed entrati nel Golfo di Orosei, il profilo si protrae decisamente al di sotto dei cento metri e ciò consente di sbirciare nell’immediato retroterra, ove una spianata mollemente ondulata ricoperta di boschi di ginepro si raccorda alle retrostanti cime di Bruncu su Narbone (813 m) e Monte Trattasu (774 m), con un ripido e sinuoso scoscendimento del terreno, dalla fitta copertura di lecci e ginepri. Il Capo di Monte Santu, che per quanto delimitato dalle falesie più modeste di tutta la costa, resta in ogni caso inaccessibile dal mare, presenta rare possibilità di approdo per piccole imbarcazioni e gommoni, grazie a tre strette insenature. Procedendo verso Nord incontriamo per primo Portu Pedrosu, quindi Portu Quau, e infine Portu de Iltiera. 

Il primo approdo, noto anche come Cala Scirocco, è praticamente impercettibile da chi navighi a una distanza dalla costa superiore a 100 metri. Profondo circa 250 metri è racchiuso nel tratto più esterno da rupi inaccessibili che procedendo verso l’interno attenuano la loro verticalità mutando in forma di scogli bassi, piani ed accessibili, e dando infine luogo ad una spiaggia sassosa, che si sviluppa per circa 30 metri sulle sponde del piccolo fiordo alla confluenza delle “foci” di Bacu su Erine e Su acque s’arcu‘e sa enna.

La seconda insenatura, alla foce di Bacu Maore, nota a sua volta come Cala Tramontana, appare molto simile alla precedente. Praticamente invisibile dal mare, anch’essa s’insinua verso l’interno per una profondità di 250 metri ma, per quanto il tratto terminale sia costituito da scogli bassi, risulta difficilmente accessibile. A sua volta Portu Iltiera, terminazione di uno scosceso baccu che dalle falde del Bruncu omonimo (352 m.) attraversa la frana ghiaiosa di Girove es Cambules, ha scarse somiglianze con le cale precedenti.

L’insenatura infatti, profonda poco meno di cento metri, è totalmente aperta verso il mare. L’accesso alla costa è però possibile solo con attrezzature da roccia. Le Falesie di Capo di Monte Santu sono assiduamente frequentate dai Falchi della Regina, osservabili con estrema facilità grazie alla concentrazione di nidi in un tratto di scogliera scarsamente elevato, su cenge poste anche a pochi metri dal pelo dell’acqua. L’intero tratto appena descritto è caratterizzato inoltre dalla presenza di alcune grotte a fior d’acqua, o di poco sollevate sul livello marino, dall’inconfondibile profilo “a schiena d’asino”. 

Santa Maria

Tra Capo di Monte Santu e Goloritzè l’orizzonte torna a salire, impedendo la visione dell’entroterra con falesie superiori ai cento metri d’altezza per un tratto di poco più di due chilometri. Qui le alte coste precipiti di Irbiddotzili, Serra Salinas e Serra d’Argius ai piani alti sono il regno incontrastato del Falco della Regina; mentre alle quote inferiori, in prossimità dell’acqua, troviamo i rifugi dei Gabbiani corsi, mentre il mare e gli scogli emergenti sono frequentati da fitte colonie di Cormorani dal ciuffo.

Tra Portu de Iltiera e Baccu Sonnuli una curiosa attrazione è costituita dalla Grotta di San Nicola. Posta ad una ventina di metri sul livello del mare, è così denominata per una concrezione calcarea posta al suo ingresso e nella quale si è voluto riconoscere il Santo della Parrocchiale di Baunei. Cinquecento metri prima di Punta Goloritzè le falesie, franate in mare da tempo immemorabile, rendono la costa nuovamente accessibile con piccole imbarcazioni o gommoni grazie ad una scogliera di grossi massi.

Doppiata Punta Goloritzé, inaspettatamente si apre uno scenario di incomparabile suggestione per la presenza della guglia di Monte Caroddi, un pinnacolo calcareo svettante per 100 metri su una terrazza naturale al termine di Bacu Goloritzè, affacciata sulla sottostante spiaggia da un’altezza di 40 metri. La zona è agevolmente raggiungibile anche da terra, grazie ad una strada in pietrame a secco costruita all’inizio del secolo dai carbonai, e recentemente riattata dall’Amministrazione Comunale. Questa strada serviva per convogliare sul terrazzo, allora direttamente aggettante sul mare di ”Portu Caroddi”, il carbone prodotto nel retrostante bosco di Monte Linnalbu. 

La piccola baia, con le due spiagge principali divise dal promontorio di Punta Caroddi, è chiusa a sud da un arco naturale sul mare, con una luce di una decina di metri e di pari altezza. Nelle spiagge sono frequentissime le risorgive d’acqua dolce di origine carsica, tant’è che basta semplicemente scavare con le mani per ottenerne immediatamente un getto leggermente salmastro.

Degne di maggior attenzione risultano le sorgenti sottomarine, a circa 50 metri dalla seconda spiaggia su un fondale di sei/sette metri, che nei periodi di piena fanno addirittura ribollire la superficie del mare. Ritengo particolarmente necessario ed urgente che questa baia sia fatta oggetto di particolari attenzioni e di tutela da parte degli Amministratori comunali, in quanto costituisce l’habitat in assoluto più importante per la permanenza della Foca Monaca nel Golfo.

Gran parte degli avvistamenti documentati nel periodo tra il 1979 e il 1987, anche da me personalmente, sono infatti avvenuti proprio nel tratto di mare che va dalle grotte a fior d’acqua che precedono Punta Goloritzè fino alle stesse sorgenti sottomarine. Alla fine dell’estate del 1986 fra l’altro, un esemplare giovane è stato avvistato in questa zona dai turisti che, con uno dei traghetti rientravano a Santa Maria. 

A un chilometro circa dalla baia di Goloritzè, ecco Punta Ispuligi, un basso tavolato di roccia che divide in due spiagge un tratto di costa bassa accessibilissima ed estesa per circa 750 metri, chiamata Ispuligidenie. Qui la falesia arretra fino a mezzo chilometro dal mare. Il raccordo con il paesaggio di spiaggia avviene con una ripida scarpata ricoperta da una lecceta impenetrabile, solcata da diverse frane in corrispondenza delle spiagge. Le pareti della falesia, che mediamente raggiungono i 500 metri d’altezza, all’alba si colorano di tonalità rosse dorate così particolari da aver determinato il toponimo di ”serra ‘e lattone” (lattone: ottone, rame).

La più meridionale delle spiagge, profonda 25 metri ed estesa su un fronte regolarissimo e rettilineo di 250 metri, è comunemente nota come “spiaggia dei gabbiani”, per la regolare presenza di popolazioni di gabbiani reali e altri laridi che in estate, dal tramonto (che qui comincia dopo le due del pomeriggio) all’alba, ridiventano incontrastati padroni di questo lido. Dal colore dei sassolini che formano queste spiagge deriva poi il curioso nome dato alla cala. I Baunesi li chiamavano infatti “is puligi de nie”, ossia le pulci “di neve”, per il loro candore. La seconda spiaggia denominata Cala Mariolu dai pescatori ponzesi di Gonone, con evidente riferimento alle foche che depredavano le loro reti, è delimitata da un basso tavolato di arenaria che, proteggendola dal mare, ne ha fatto un approdo naturale, infatti la roccia viene utilizzata da più di dieci anni per l’accosto dei traghetti e delle imbarcazioni. Per una sua più efficiente utilizzazione i traghettatori di Gonone vi hanno colato blocchi di calcestruzzo, con i quali hanno fissato un certo numero di pneumatici con funzioni di parabordi. A nord la spiaggia termina in un’ampia grotta, profonda una decina di metri e posta ad alcuni metri dalla riva. L’intera area, caratterizzata dalla nidificazione del gabbiano corso, per le spiagge e le numerose grotte presenti, costituisce ancora un habitat ideale per la permanenza della Foca Monaca. 

La costa prosegue poi nuovamente con scogliere precipiti, inaccessibili, fino alla breve interruzione della caletta di Mudaloro, tratto terminale del Bacu omonimo, costituita da scogli praticabili con qualche difficoltà, con a lato l’ennesima grotta a fior d’acqua, questa volta di notevoli dimensioni. Con Punta Mudaloro si apre un nuovo tratto costiero con caratteristiche di una certa importanza, dominato da una ripida lecceta, sovrastata a sua volta dagli irti baluardi di Bruncu e s’Abba (369 m.), Scala Oggiastru (m.365) e Bruncu d’Urele (316 m.). In quest’ultimo si apre una ciclopica grotta, utilizzata in passato come Ovile di capre, notevole sia per l’organizzazione funzionale ancora chiaramente leggibile, sia per la suggestione del luogo, carico di richiami omerici. Ci troviamo nella “Costa del Bue marino”, così denominata per la frequentazione delle foche.

Cala Mariolu

A poco più di un chilometro dalla Grotta di Mudaloro, a una decina di metri d’altezza, si apre nell’alta falesia la Grotta del Fico. Ormai notissima, la Grotta rappresenta attualmente l’unico rifugio certo (o perlomeno l’unico conosciuto) della Foca Monaca. Per questo motivo, già da una decina d’anni l’Amministrazione comunale di Baunei ha provveduto ad impedirne l’accesso con un cancello di ferro, praticamente invisibile dal mare ma quanto mai efficace per impedire visite importune e dannose. La grotta è ovviamente dotata anche di un accesso sottomarino che tramite un sifone permette l’accesso ai pinnipedi. Fortunatamente questo secondo ingresso è tale da limitare il numero delle persone in grado di varcarlo. Questo fatto, unitamente alla cancellata posta dal Comune, ha consentito che la grotta costituisse fino ad oggi un luogo assolutamente riservato per le foche, che trovano nel lago e nelle spiaggette ipogee il luogo ideale per rifugiarsi. 

La Costa del Bue marino si chiude con le spiagge di Biriola, anch’esse ideali per la protezione della Foca Monaca, sia per la vicinanza a Goloritzè e alla Grotta del Fico, sia per l’assoluta riservatezza che offrono. A ridosso della spiaggia più settentrionale, impreziosita da un archetto di arenaria a pelo d’acqua, ecco l’imponente scarpata di Biriola, profonda 750 metri, larga quasi due chilometri, con pendenze che la portano dai quattrocento metri delle falde di Serra Ovara, ai dieci metri o poco meno del ciglio strapiombante sul mare. La scarpata è ricoperta da un fitto bosco primario di lecci e ginepri, sopravvissuto allo sfruttamento dei carbonai, che hanno lasciato comunque tracce del loro operato nelle rovine della “dispensa” di Cala Biriola e nelle scale e guide di ferro infisse nella scarpata per facilitare l’imbarco del carbone vegetale sulle chiatte per Cala Gonone. Recentemente il bosco è scampato al taglio, in attuazione dei diritti di legnatico della popolazione di Baunei, grazie alla resistenza opposta dall’Amministrazione comunale che è riuscita ad impedire un’utilizzazione delle risorse consentito dagli usi e dalla legge, ma sul cui mantenimento è necessario riflettere con maggiore attenzione ed equilibrio. 

Tra Biriola e la Costa di Sisine la riva torna ad essere accessibile dal mare. In località Oronnoro infatti, nella scogliera originata dall’ennesima frana si aprono minuscole rientranze con spiaggiole assolutamente imprevedibili da chi costeggi navigando a più di trenta metri dalla riva, e che in passato venivano utilizzate dalle foche come zone di sosta e riposo. Siamo ormai in prossimità della spiaggia di Cala Sisine dove la Serra Ovara (m.541), il baluardo che protegge dal mare la Codula, termina il suo percorso nella svettante Punta Plumare che, con i suoi 415 metri è fra le più alte falesie dell’intero bacino mediterraneo, forse seconda solo a Punta Giradili che grazie ai suoi 732 metri è la vetta a picco sul mare più alta d’Europa. Ancora quattrocento metri di scogliera inaccessibile al piede della Serra Ovara, e raggiungiamo finalmente Cala Sisine: la porta sul mare dell’inespugnabile territorio di Baunei. 

Utilizzata fin dalla preistoria come approdo, nelle Carte più antiche viene denominata “Portu Sisine” e presenta una morfologia notevolmente differente da quella odierna: in passato era infatti caratterizzata da una vera e propria baia riparata dalle mareggiate, in luogo della duna di sabbia e ciottoli prodottasi in epoca moderna per un’impressionante alluvione. 

Cala Mariolu

Oggi Cala Sisine rappresenta il punto privilegiato (che in un prossimo futuro auspichiamo resti l’unico) di approdo e sosta, sia per il turismo proveniente dal mare, che per quello proveniente dall’interno dopo lunghi e indimenticabili percorsi a piedi o a cavallo. Questo è infatti il punto di confluenza e arrivo dei tracciati esistenti (naturali o artificiali) che solcano la Codula di Sisine partendo dal Golgo o da Genna Selole, o per quelli che partendo dal Piano d’Otzio passano per Bacu de Monte Longu, o ancora per chi, provenendo dall’altopiano di Margine, da Turusele procede per Bacu Erittili o per su Accu de sa Femmina e Bacu Arala se passa invece dalla Costa d’Esone.

Riprendendo la navigazione verso Cala Elune ci aspettano ancora poco più di cinque chilometri di costa baunese. Si tratta sempre di rive generalmente inaccessibili, con falesie tra i 15 e i 100 metri di elevazione, segnate dall’erosione di brevi e ripidissimi baccus ricoperti da fitti boschi dove, in alcuni tratti, predominano maestosi corbezzoli dalle sorprendenti dimensioni. E’ il fianco orientale del massiccio calcareo che separa il Bruncu Tattis e la Badde de Lupiru dal mare: area cosparsa di ovili tra i più belli del nuorese, e dalle strutture monumentali in ginepro degne di un riconoscimento ufficiale che le certifichi come vere e proprie opere d’architettura, da sottoporre a tutela monumentale (vedi in particolare l’incredibile corte ellittica in ginepro dell’ovile di Sa Sedda Eranu). La Badde de Lupiru scorre per diversi chilometri parallelamente alla costa finché, impossibilitata a gettarsi nella Codula d’Elune, svolta improvvisamente uscendo in mare poco prima della Punta dei lastroni, dopo essersi aperto un nuovo orizzonte, fra pareti precipiti e con la copertura di un’inestricabile foresta di lecci, nella minuscola Cala Lupiru, ingentilita dalla presenza in prossimità dell’acqua di un isolato esemplare di quercia.

Il promontorio di su Masongiu (115 m.) e la spiaggia di Cala Elune delimitano il territorio costiero di Baunei. Particolarmente spettacolare la spiaggia di Cala Elune si stende per oltre 800 metri in territorio baunese oltreché dorgalese, in uno scenario d’indescrivibile bellezza. Addentrandosi lungo l’alveo per poco più di sette chilometri il confine amministrativo segna così il limite tra i territori di Dorgali e Baunei, dopodiché la Codula entra esclusivamente in territorio di Urzulei. Per quanto Cala Elune registri oggi il più elevato numero di sbarchi e frequenze turistiche dell’intero Golfo di Orosei, non mi sembra corretto definirla “Porta d’ingresso” del territorio di Baunei, sia perché la Cala funge da accesso al territorio di più Comuni, sia, soprattutto, perché la fruibilità complessiva del territorio di Baunei è piuttosto difficoltosa a chi provenga da questo luogo; infinitamente di più di quanto non sia invece dall’approdo di Cala Sisine, da ritenere, a mio avviso, il principale ingresso dal mare nel Supramonte Baunese.