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Villasimius e la sfida italiana dei porti turistici_di Nicola Silenti

Un porto turistico si giudica anche da ciò che accade dopo l’ormeggio. Una riparazione eseguita bene, un rifornimento puntuale, un collegamento con l’aeroporto possono decidere la durata di una sosta e la scelta di tornare. Per chi guarda il mare come una fonte di lavoro, è qui che la bellezza di una costa comincia a tradursi in economia.

Villasimius offre uno spunto concreto per ragionare su questo passaggio. Nell’intervista di Giuseppe Orrù pubblicata da SuperYacht24 il 23 ottobre, il direttore del marina, Amedeo Ferrigno, riferisce che nell’ultimo decennio i transiti stagionali dei grandi yacht sono saliti da 40 a 450. Annuncia inoltre un ormeggio per unità fino a 80 metri e un potenziamento della rete elettrica. Il piano da cinque milioni di euro per riqualificare la struttura viene presentato come legato ai tempi delle procedure di concessione. Sono dunque programmi di investimento, da seguire nella loro attuazione.

L’interesse della notizia supera i confini della Sardegna. Secondo i dati diffusi da Confindustria Nautica nel settembre 2026, l’industria italiana del diporto ha chiuso il 2025 con 8,72 miliardi di euro di fatturato e detiene il 52 per cento degli ordini mondiali di superyacht. Una capacità produttiva di questo livello invita a interrogarsi sull’offerta dei nostri approdi. Quanta parte del lavoro successivo al varo riusciamo a trattenere lungo le coste italiane?

Lo studio Deloitte realizzato per Confindustria Nautica, presentato nell’ottobre 2026, stima per il 2025 un impatto economico diretto del turismo nautico di circa 5,7 miliardi di euro, dei quali 2,1 derivanti dai consumi turistici a terra. Nella stessa ricerca, soltanto il 2 per cento circa dei posti barca italiani risulta destinato a unità oltre i 24 metri. Liguria e Toscana concentrano circa metà della capacità dedicata ai superyacht; il Mezzogiorno e le isole risultano meno serviti dalla rete di marine e porti turistici.

Questi numeri suggeriscono una direzione, ma richiedono scelte locali ben motivate. Sarebbe poco prudente inseguire ovunque le stesse dimensioni di barche. Ogni scalo deve misurarsi con i propri fondali, gli spazi di manovra, la sicurezza degli accessi e i servizi disponibili a terra. Prima di ampliare un porto, occorre capire quali interventi possano migliorare le strutture esistenti e quale domanda siano realmente in grado di soddisfare.

Anche il potenziamento elettrico annunciato a Villasimius merita attenzione. Una banchina destinata a imbarcazioni più grandi deve poter sostenere esigenze operative maggiori. Progettare l’ormeggio significa dimensionare gli impianti, organizzare l’assistenza e prevedere personale preparato. La lunghezza disponibile è soltanto uno degli elementi che un comandante valuta quando sceglie dove fermarsi.

È soprattutto sul rapporto con il territorio che si può costruire un vantaggio duraturo. La sosta di uno yacht può alimentare commesse per officine e fornitori, acquisti di prodotti locali, attività di ristorazione e trasporto. Perché questo avvenga, le imprese devono essere reperibili, affidabili e capaci di collaborare. Un porto ben organizzato può aiutare un artigiano del luogo a raggiungere clienti che, altrimenti, cercherebbero assistenza altrove.

Su questo terreno si misura anche la possibilità di lavorare oltre l’estate. Per prolungare le permanenze servono ragioni concrete: manutenzione, rimessaggio, collegamenti utilizzabili durante l’anno e servizi per gli equipaggi. Sarebbe utile valutare lo sviluppo di un marina anche attraverso le giornate di lavoro create nei mesi meno frequentati e la continuità delle commesse alle imprese locali.

A Villasimius ogni progetto deve inoltre confrontarsi con la tutela di Capo Carbonara. La qualità dell’ambiente marino è parte essenziale dell’attrattiva del luogo e deve orientare le decisioni. Gli investimenti andrebbero quindi accompagnati da una valutazione della pressione sulle acque e sui fondali, da servizi adeguati per la raccolta dei rifiuti e da informazioni chiare agli utenti. Chi arriva deve poter conoscere in anticipo le condizioni per frequentare un’area protetta.

C’è poi una responsabilità che riguarda l’intera portualità italiana. L’interesse per le grandi imbarcazioni deve convivere con l’attenzione alla piccola nautica, alla vela e alle attività che permettono ai giovani di avvicinarsi al mare. Le scelte sugli spazi e sui servizi incidono sul rapporto tra il porto e la comunità che lo ospita. Anche questo rapporto dovrebbe entrare nella valutazione degli investimenti.

Il progetto di Villasimius andrà giudicato quando agli annunci seguiranno gli interventi e sarà possibile osservarne gli effetti. Intanto pone una questione concreta al Paese: come accompagnare la forza dei cantieri con porti capaci di dare lavoro ai territori. La risposta passa per progetti sostenibili e verificabili, per la formazione delle persone e per un uso attento delle coste. A una comunità di mare interessa sapere quante opportunità resteranno sulla banchina quando la barca avrà ripreso la navigazione.

Il caso di Villasimius richiama inoltre una questione ancora più ampia, sottolineata anche da Renato Marconi, alla guida di Marinedi: la portualità turistica può creare lavoro e ricchezza lungo le coste, ma ha bisogno di condizioni che permettano di investire con fiducia. La frammentazione delle competenze amministrative e le incertezze sulle concessioni e sulla fiscalità rendono difficile programmare gli interventi. Servono regole chiare, procedure efficienti e una gestione sostenuta da competenze tecniche e capacità di pianificazione. È anche da queste scelte che dipende la possibilità di trasformare progetti come quello di Villasimius in opportunità durature per le comunità di mare.