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Le rotte cambiano, il Mediterraneo resta: la nuova sfida dei porti italiani_di Nicola Silenti

Il trasporto marittimo sta attraversando una delle fasi di maggiore trasformazione degli ultimi decenni. Tensioni geopolitiche, crisi degli stretti, deviazioni delle rotte, nuovi equilibri commerciali e progressiva riorganizzazione delle catene logistiche stanno modificando una geografia dei traffici che per molti anni era sembrata sostanzialmente consolidata.

Il dato di partenza resta quello che meglio permette di comprendere la dimensione del fenomeno: oltre l’80 per cento del commercio mondiale in volume viaggia per mare. Ciò significa che qualsiasi alterazione delle principali vie di navigazione produce conseguenze che vanno ben oltre il settore dello shipping, raggiungendo industria, energia, commercio e consumatori.

Quanto accaduto negli ultimi anni nel Mar Rosso e nel Canale di Suez ne rappresenta la dimostrazione più evidente. Molte navi sono state costrette a deviare verso il Capo di Buona Speranza, allungando sensibilmente le distanze tra Asia ed Europa. Ancora nel maggio 2025, secondo UNCTAD, il tonnellaggio in transito attraverso Suez risultava inferiore di circa il 70 per cento rispetto ai livelli del 2023.

Non si tratta soltanto di qualche giorno di navigazione in più. Una rotta più lunga significa maggiore consumo di combustibile, aumento dei costi, impiego delle navi per periodi più lunghi, ripercussioni sui noli e maggiore difficoltà nel rispettare la regolarità delle catene logistiche.

La crisi che ha interessato nel 2026 lo Stretto di Hormuz ha ulteriormente confermato la vulnerabilità di un sistema mondiale fortemente dipendente da pochi passaggi obbligati. Quando uno stretto strategico entra in difficoltà, le conseguenze non rimangono circoscritte allo spazio geografico nel quale la crisi si manifesta. Si propagano rapidamente lungo l’intera catena degli approvvigionamenti.

È in questo scenario che il Mediterraneo assume un significato particolare.Si sarebbe potuto immaginare che le difficoltà di Suez e del Mar Rosso ne riducessero progressivamente il ruolo. I traffici mostrano invece una realtà più complessa. Il Mediterraneo rimane il grande spazio marittimo nel quale Europa, Asia e Africa si incontrano e nel quale convergono rotte commerciali, flussi energetici, infrastrutture portuali e interessi geopolitici.

Anche i dati portuali confermano una notevole capacità di tenuta. Nel 2025 i principali porti container del Mediterraneo hanno complessivamente superato i 72 milioni di TEU, con una crescita del 5,9 per cento.

Ma è soprattutto la prospettiva futura a meritare attenzione. Il Mediterraneo non deve essere considerato soltanto come un mare attraversato dalle grandi rotte tra Oriente e Occidente. La crescita economica e demografica dell’Africa, la riorganizzazione degli scambi asiatici e la ricerca di nuovi corridoi tra India, Medio Oriente ed Europa potrebbero progressivamente modificarne funzioni e direttrici di traffico.

In questo quadro l’Italia dispone di una posizione geografica indubbiamente favorevole, ma la geografia rappresenta soltanto una condizione di partenza.

I dati relativi al sistema portuale nazionale sono significativi. Nel 2025 i porti italiani hanno movimentato circa 510,8 milioni di tonnellate di merci, con una crescita del 3,5 per cento rispetto all’anno precedente. Il traffico container ha raggiunto 12,8 milioni di TEU, aumentando del 7,1 per cento. Il Ro-Ro ha superato i 122 milioni di tonnellate.

Anche lo Short Sea Shipping conferma la particolare vocazione marittima del Paese: l’Italia mantiene una posizione di assoluto rilievo europeo, con oltre 300 milioni di tonnellate movimentate.

Sono risultati importanti, soprattutto se considerati nel contesto internazionale nel quale sono stati ottenuti. Ma i volumi, da soli, non bastano a misurare la competitività di un sistema portuale.La vera questione riguarda ciò che avviene prima e soprattutto dopo la banchina.

Il porto contemporaneo non può più essere considerato semplicemente come il luogo nel quale una nave arriva, scarica o imbarca le merci e riparte. È diventato un nodo di una rete molto più ampia, che comprende collegamenti ferroviari e stradali, interporti, piattaforme logistiche, aree industriali, sistemi digitali e mercati di destinazione.

Una nave può essere operata in porto con grande rapidità, ma se la merce incontra successivamente strozzature infrastrutturali o procedure inefficienti, una parte importante del vantaggio ottenuto sul fronte marittimo viene inevitabilmente perduta.È per questo che la competizione portuale sta cambiando natura.Non competono più soltanto i singoli porti. Competono sempre più i sistemi logistici che si trovano alle loro spalle.

Genova, Trieste, Gioia Tauro, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Cagliari e gli altri scali italiani hanno caratteristiche e funzioni differenti. Alcuni possiedono una forte vocazione gateway, altri svolgono un ruolo importante nel transhipment, altri ancora sono particolarmente legati ai traffici Ro-Ro, energetici o alle economie dei rispettivi territori.

Questa diversità non rappresenta necessariamente un limite. Può diventare un punto di forza se inserita in una visione complessiva nella quale gli scali non siano considerati realtà isolate, ma nodi complementari di una rete marittima e logistica nazionale.

Il caso dei container è particolarmente significativo. Gioia Tauro ha chiuso il 2025 con circa 4,49 milioni di TEU, confermandosi il principale hub italiano di transhipment, mentre Genova mantiene un ruolo centrale nei traffici gateway. Sono due funzioni differenti e proprio questa differenza dimostra quanto sia riduttivo valutare un porto soltanto sulla base di una classifica dei volumi.

Occorre invece chiedersi quanto valore economico un traffico riesca a generare sul territorio e quanto efficacemente il porto riesca a collegare il mare con il sistema produttivo.Qui si colloca una delle sfide principali dei prossimi anni: trasformare sempre più i porti italiani da semplici punti di passaggio delle merci in nodi capaci di produrre valore attraverso logistica, industria, servizi, tecnologia e intermodalità.

A questa trasformazione si aggiunge quella digitale. La velocità di una catena logistica non dipende più soltanto dalle gru di banchina o dalla capacità di una ferrovia. Dipende anche dalla circolazione delle informazioni, dalla semplificazione documentale, dalla possibilità di conoscere e programmare in anticipo l’arrivo delle merci e dalla capacità dei diversi soggetti coinvolti di dialogare attraverso sistemi interoperabili.

Gli avvenimenti recenti hanno dimostrato che non esiste più una rotta garantita per sempre. Suez può entrare in crisi. Hormuz può diventare improvvisamente vulnerabile. Una nave può essere costretta a percorrere migliaia di miglia in più. Le catene logistiche devono quindi essere capaci di adattarsi rapidamente a situazioni che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali.

Per l’Italia questa nuova realtà rappresenta contemporaneamente un rischio e un’opportunità.Il rischio consiste nel considerare sufficiente la posizione geografica al centro del Mediterraneo. Non lo è. Le rotte vengono scelte sulla base di sicurezza, affidabilità, tempi e costi; e le merci seguono i corridoi che consentono di raggiungere più efficacemente i mercati.

L’opportunità consiste invece nel valorizzare un sistema portuale articolato, collocato lungo alcune delle principali direttrici mediterranee e al servizio di una delle maggiori economie manifatturiere ed esportatrici europee.Le rotte stanno cambiando e probabilmente continueranno a cambiare. Il Mediterraneo, tuttavia, resta uno degli spazi decisivi della navigazione mondiale.

Per l’Italia la sfida non sarà soltanto intercettare più navi o movimentare più container. Sarà riuscire a collegare meglio il mare alla terra, i porti alle reti di trasporto, la logistica all’industria e le infrastrutture ai mercati.Perché il futuro di un porto non si decide soltanto davanti alle sue banchine.Si decide, sempre di più, in ciò che esiste dietro di esse.