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Lo chef stellato Domenico Candela: “in cucina non ho segreti e mi piace condividere tutto quello che so”_di Emilia Filocamo

A pochi giorni da Cucinapoli, il grande evento di beneficenza della Fondazione Isaia che avrà come location il Caruso, a Belmond Hotel Amalfi Coast, la parola a uno dei 4 protagonisti della serata.

Io e Domenico Candela, chef stellato del Grand Hotel Parker’s di Napoli, ci “ rincorriamo” telefonicamente per un paio di giorni: complici un numero di telefono non scritto correttamente e gli impegni che, ambo i lati, hanno dilatato il tempo utile ad organizzare questa chiacchierata. Ma forse non tutto capita a caso e, come sempre, in ogni cosa c’è sotteso un disegno sottile, una trama finissima utile a spiegare tutto il resto e a creare preziosi collegamenti e, infine, l’occasione giusta. Quando, dopo un paio di tentativi,  riusciamo a sentirci telefonicamente, alle sedici di uno dei pomeriggi più caldi ed afosi di luglio, Domenico Candela decide di partecipare al mio gioco cucina/cucito, con tutte le assonanze che ne conseguono e con una semplicità e spontaneità uniche. E ciò che mi colpisce è il suo ribadire il motivo primario e ultimo dell’evento: fare del bene, aiutare gli altri.

Chef Candela, giocando sul binomio cucina e sartoria, le chiedo: che tipo di “ taglio” ha la sua cucina? E per continuare con questa metafora,  è fatta di rifiniture a vista oppure di tasche segrete? 

Assolutamente solo e soltanto di cuciture a vista perché io non ho segreti, con gli ospiti e con i miei collaboratori. Mi piace trasmettere tutto quello che so, condividere, aprirmi e, soprattutto, insegnare il mestiere.

Se potesse paragonare la sua ispirazione e dunque i suoi piatti ad un capo di abbigliamento, quale sarebbe e perché? 

Sicuramente li paragonerei ad una camicia. E’ un capo che devi letteralmente “ cucire addosso”, deve essere assolutamente personale. Ecco, la mia cucina è fortemente identitaria, adattata alle mie esigenze ma soprattutto alle esigenze dell’ospite, adatta a chi decide di vivere l’esperienza.

Chef, è più bello fare bene o fare del bene? 

Fare del bene, indubbio. Certo, anche cucinando bene si fa del bene  perché è un atto d’amore. Si cucina per chi si ama, si cucina sostanzialmente per rendere felici gli altri e bisogna essere felici quando si cucina. E’ trasmettere emozioni, calore.

Al Caruso, a Ravello, il 20 luglio prossimo, accadrà qualcosa di straordinario: cosa spera che gli ospiti troveranno nel piatto che proporrà, oltre ovviamente al gusto e al suo talento? 

A chi parteciperà all’evento del 20 luglio, auguro di vivere pienamente il senso della serata, di immedesimarsi totalmente nel mood e nel motivo di un appuntamento del genere: aiutare gli altri, fare del bene. Il messaggio deve arrivare chiaro, netto, senza fraintendimenti. L’intervista allo chef Domenico Candela si chiude con un cerchio: si era parlato di assenza di segreti nella cucina,  nessuna tasca nascosta, di onestà nel  condividere il proprio sapere e la propria tecnica,  di sincerità  nel modo  di arrivare all’ospite, con la “ schiettezza” di una camicia sartoriale, che non si concede imperfezioni, grinze, perché cucita appunto addosso. Sarà onesta anche la portata dell’evento del 20 luglio che riunisce al Caruso ben  quattro chef ed il meglio dell’enogastronomia campana: il bene, fare del bene, non ha bisogno di sovrastrutture, non si dilunga in misteri, in un rebus da risolvere o in un complicatissimo indovinello su cui dannarsi. Il bene deve essere dritto e retto come una freccia, come il sapore di un piatto che, per quanto elaborato, dice tutto di sé. E dell’amore che c’è dietro.