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Il sistema portuale italiano è cambiato poco mentre il mondo corre_di Nicola Silenti

Negli ultimi decenni il mondo del trasporto marittimo è cambiato profondamente. I numeri sono cresciuti, le navi sono diventate sempre più grandi, le rotte si sono modificate e il Mediterraneo ha assunto un ruolo centrale nei traffici globali. Eppure, di fronte a questi cambiamenti, l’Italia sembra ancora muoversi con logiche del passato.

Per capire meglio la situazione, è utile fare un passo indietro. Negli anni Settanta, le decisioni sui porti venivano prese soprattutto sulla base di equilibri politici. Le risorse venivano distribuite tra i vari scali non tanto seguendo una strategia economica, ma cercando di accontentare territori, forze politiche e interessi locali. Anche il rapporto tra Stato e Regioni contribuiva a rendere il sistema complesso e spesso lento .

Oggi, dopo più di quarant’anni, ci si aspetterebbe un sistema completamente diverso. Invece, guardando come vengono ancora decisi gli investimenti portuali, si nota che il metodo è rimasto quasi lo stesso. Si annunciano finanziamenti importanti, si individuano opere da realizzare, ma spesso il risultato è un compromesso. Una parte delle opere viene finanziata subito, altre restano in attesa, rimandate a decisioni successive .

Il problema è che nel frattempo il mondo è cambiato radicalmente.

Il traffico marittimo globale è più che raddoppiato: si è passati da meno di cinque miliardi di tonnellate a oltre dieci miliardi. Questo significa che i porti sono diventati ancora più importanti per l’economia mondiale.

Anche il traffico container è cresciuto molto. In Italia, in circa vent’anni, si è passati da circa cinque milioni a oltre dieci milioni di TEU. È un dato significativo, ma non basta per stare al passo con i principali concorrenti internazionali.

Un altro cambiamento fondamentale riguarda il Mediterraneo. Con l’ampliamento del Canale di Suez, questa area è tornata al centro dei traffici tra Asia ed Europa. I porti dell’Est Mediterraneo, in particolare, hanno registrato una crescita molto forte e stanno diventando sempre più competitivi.

A questo si aggiunge un altro elemento decisivo: le navi. Oggi sono enormi. Le moderne portacontainer possono trasportare oltre 20.000 container. Non tutti i porti sono in grado di accoglierle. Servono fondali profondi, infrastrutture adeguate e una logistica efficiente. Chi non si adegua resta indietro.

Ed è proprio questo il punto critico per l’Italia.

Negli ultimi quindici anni, la quantità di merce movimentata nei porti italiani è rimasta quasi ferma. In un settore che cresce a livello mondiale, questo significa perdita di competitività . Non è un segnale da sottovalutare.

Di fronte a questa situazione, è necessario cambiare approccio.

Continuare a distribuire risorse senza una visione chiara non basta più. Occorre una strategia che tenga conto del nuovo contesto internazionale e delle reali esigenze del mercato.

Una possibile soluzione è ridurre il numero dei sistemi portuali, concentrando gli investimenti su pochi grandi poli. In questo modo si eviterebbe la dispersione delle risorse e si creerebbero strutture più forti e competitive.

Un’altra idea è quella di cambiare il modello di gestione. Oggi il sistema è fortemente controllato dallo Stato. Si potrebbe invece introdurre una gestione più moderna, con società per azioni e una maggiore presenza di capitali privati. Questo permetterebbe decisioni più rapide ed efficienti.

Lo Stato, in questo modello, continuerebbe ad avere un ruolo importante, ma non dominante. Sarebbe più un regolatore che un gestore diretto.

Un ulteriore passo avanti potrebbe essere la collaborazione con altri porti del Mediterraneo. Invece di ragionare solo a livello nazionale, si potrebbe costruire una rete internazionale, capace di competere con i grandi hub globali.

Naturalmente, queste proposte non sono semplici da realizzare. Cambiare un sistema così radicato significa affrontare resistenze politiche e istituzionali. Lo Stato difficilmente rinuncia al suo ruolo centrale, anche per una questione di prestigio oltre che di potere.

Ma il rischio di non fare nulla è ancora maggiore.

Se l’Italia non si adegua, altri porti continueranno a crescere e a rafforzarsi. Alcuni segnali si vedono già da tempo. Scali come quelli del Mediterraneo orientale stanno attirando traffici e investimenti, mentre molti porti italiani rischiano di restare in una posizione secondaria.

In questo scenario, i nostri porti potrebbero diventare semplici punti di supporto, utilizzati per il trasporto locale o per collegamenti secondari, perdendo il ruolo centrale nei grandi traffici internazionali.

Per evitare questo, serve una scelta chiara e coraggiosa.

Bisogna prendere atto che il mondo è cambiato e che le regole del passato non funzionano più. Non basta aggiornare qualche norma o finanziare nuove opere. Serve un cambio di mentalità.

Il sistema portuale deve diventare più semplice, più veloce e più orientato al mercato. Solo così potrà tornare competitivo.

Il mare, come sempre, premia chi sa adattarsi. Chi resta fermo, invece, viene superato.

E oggi, più che mai, il tempo delle attese è finito.