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La Giornata del Mare tra memoria, identità e nuove sfide globali_di Nicola Silenti

L’11 aprile non è soltanto una ricorrenza simbolica, ma un momento di riflessione profonda sul ruolo che il mare ha avuto, ha e continuerà ad avere nella storia e nel futuro dell’Italia. La Giornata Nazionale del Mare e della Cultura Marinara, istituita con il Decreto Legislativo n. 229 del 2017, nasce con l’obiettivo di sensibilizzare cittadini e giovani generazioni su un patrimonio che è insieme naturale, culturale ed economico.

Il mare, come ebbi modo di sottolineare alcuni anni fa , rappresenta una risorsa di valore inestimabile, un sistema vivente che contribuisce alla produzione di ossigeno, all’assorbimento della CO₂ e al mantenimento degli equilibri climatici globali. Ma il mare è anche memoria, lavoro, tradizione, identità nazionale. È un archivio vivente di esperienze umane, un libro aperto che ogni generazione è chiamata a leggere e a trasmettere.

In Italia, con oltre 8.000 chilometri di coste, il mare non è mai stato un semplice confine geografico: è stato strada, opportunità, destino. È attraverso il mare che si sono sviluppati commerci, scambi culturali, relazioni internazionali. Ed è sempre attraverso il mare che oggi si misurano le grandi trasformazioni geopolitiche del nostro tempo.

Le celebrazioni del 2026, diffuse lungo tutta la penisola, coinvolgono scuole, istituzioni e il mondo marittimo, con il contributo fondamentale della Guardia Costiera, da sempre presidio di legalità e sicurezza. Ma al di là degli eventi, ciò che conta è il messaggio: il mare deve tornare al centro della coscienza nazionale.

Eppure, questa centralità, per chi ha vissuto il mare, non è mai venuta meno.

Ricordo ancora le lunghe traversate a bordo delle petroliere della Getty Oil Company, quando il mare non era soltanto uno scenario, ma una condizione di vita. Le notti oceaniche, immerse in un silenzio quasi assoluto, interrotto solo dal ritmo costante della macchina, insegnavano più di qualsiasi libro. Sotto cieli lontani, si percepiva la dimensione autentica dell’uomo: piccola, ma non insignificante.

Il mare educa. Educa alla responsabilità, alla disciplina, alla solidarietà. A bordo non esistono distinzioni superflue: esiste il lavoro, la competenza, il rispetto reciproco. Sono valori che oggi, forse, andrebbero riscoperti anche a terra.

In quegli anni, attraversando rotte che collegavano il Golfo Persico agli Stati Uniti, il Mediterraneo all’Atlantico, il mare appariva già come un grande sistema globale, anche se non lo chiamavamo così. Oggi quel sistema è diventato ancora più evidente, ma anche più fragile e conteso.

Gli spazi marittimi sono ormai al centro di una nuova competizione geopolitica. Le rotte energetiche, i fondali ricchi di risorse, le infrastrutture sottomarine, i corridoi commerciali: tutto passa dal mare. Il controllo degli stretti e dei punti nevralgici, come Suez o Gibilterra, assume un valore strategico crescente. E il Mediterraneo, crocevia di continenti, torna ad essere un teatro decisivo.

In questo scenario, l’Italia non può permettersi distrazioni. La sua posizione geografica la colloca naturalmente al centro di queste dinamiche. Eppure, spesso, manca una visione marittima coerente, una strategia che riconosca il mare come asse portante dello sviluppo nazionale.

Il mare non è soltanto economia, ma sicurezza, energia, ambiente, cultura. È un sistema complesso che richiede competenze, investimenti, consapevolezza. E soprattutto richiede una classe dirigente capace di guardare oltre l’orizzonte immediato.

La cultura del mare, in questo senso, diventa un elemento fondamentale. Non si tratta solo di insegnare la navigazione o le professioni marittime, ma di trasmettere un modo di pensare. Il mare non divide, ma unisce. Non separa, ma collega popoli e civiltà. È uno spazio di incontro, ma anche di responsabilità.

Il coinvolgimento delle scuole, promosso anche attraverso iniziative istituzionali, rappresenta un passo importante. Avvicinare i giovani al mare significa offrire loro una chiave di lettura del mondo contemporaneo. Significa prepararli ad affrontare le sfide di un futuro in cui il mare sarà sempre più centrale.

Non va dimenticato, inoltre, il patrimonio ambientale che il nostro Paese custodisce. Le aree marine protette, i parchi sommersi, la biodiversità rappresentano una ricchezza unica. Ma questa ricchezza è fragile. Richiede tutela, attenzione, rispetto.

Oggi, più che mai, la Giornata del Mare assume un significato che va oltre la celebrazione. È un invito a riscoprire una vocazione storica, a guardare al mare non come periferia ma come centro, non come limite ma come opportunità.

Per chi ha navigato per anni, il mare resta una presenza costante, anche quando non lo si attraversa più. È un riferimento interiore, una misura del tempo e della vita. Ogni porto toccato, ogni traversata compiuta, ogni tempesta affrontata lascia un segno che non si cancella.

Il mare insegna anche l’umiltà. Di fronte alla sua vastità, ogni certezza si ridimensiona. Ma è proprio in questa dimensione che si ritrova il senso più autentico dell’esperienza umana.

In un mondo sempre più interconnesso e al tempo stesso instabile, il mare continua a rappresentare una frontiera decisiva. Sta a noi, oggi, scegliere se subirla o governarla.

La Giornata del Mare serve proprio a questo: ricordarci chi siamo stati, per capire chi vogliamo essere. E, soprattutto, per non perdere il legame con quell’orizzonte che per secoli ha rappresentato la nostra più grande opportunità.