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Hormuz, il Mar Rosso e il ritorno della geopolitica del mare_di Nicola Silenti

Le tensioni che continuano ad attraversare il Medio Oriente, dal Mar Rosso al Golfo Persico, stanno riportando al centro della scena internazionale una realtà che per troppo tempo l’Europa aveva preferito considerare secondaria: la sicurezza marittima non è un tema tecnico riservato agli specialisti, ma uno degli elementi fondamentali della stabilità economica e politica mondiale.

Gli attacchi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso, le minacce alla libertà di navigazione nello stretto di Hormuz, le crescenti rivalità strategiche tra grandi potenze e la fragilità degli equilibri energetici internazionali stanno dimostrando ancora una volta che il mare rimane la grande arteria invisibile della globalizzazione.

Per anni si è parlato di economia digitale, di finanza globale, di transizione energetica e di nuove tecnologie quasi dimenticando un fatto elementare: oltre il novanta per cento del commercio mondiale continua a viaggiare via mare. Petrolio, gas, materie prime, prodotti industriali, componenti elettronici e derrate alimentari attraversano quotidianamente rotte marittime che collegano continenti e mercati.

Quando uno di questi passaggi strategici entra in crisi, le conseguenze si propagano rapidamente all’intera economia internazionale.Lo stretto di Hormuz resta uno dei punti più delicati del pianeta. Attraverso quel corridoio marittimo transita una quota enorme delle esportazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico. Ogni tensione in quell’area provoca immediatamente ripercussioni sui mercati, sui costi energetici e sui trasporti marittimi.

A questo scenario si è aggiunta negli ultimi anni la crisi del Mar Rosso, con le minacce alle navi mercantili in transito verso il Canale di Suez. Molte compagnie sono state costrette a modificare le proprie rotte circumnavigando il Capo di Buona Speranza, con aumento dei costi, allungamento dei tempi di navigazione e nuove difficoltà logistiche.Si tratta di eventi che riguardano direttamente anche l’Italia.L’Italia non è soltanto una penisola proiettata nel Mediterraneo. È una nazione storicamente marittima, la cui economia dipende in larga misura dalla libertà dei traffici navali, dalla stabilità delle rotte energetiche e dalla sicurezza delle linee commerciali internazionali.

Eppure la cultura marittima continua spesso a occupare uno spazio marginale nel dibattito politico europeo.Si discute molto di difesa comune, di autonomia strategica europea e di politica industriale, ma raramente si ricorda che ogni sistema economico avanzato dipende anzitutto dalla possibilità di mantenere aperte e sicure le rotte del mare.Gli uomini di mare conoscono bene una verità che la politica sembra talvolta dimenticare: una nave mercantile non è soltanto un mezzo di trasporto. Una nave che batte la bandiera di uno Stato rappresenta una proiezione della sua sovranità.

Questo principio, che appartiene alla tradizione del diritto marittimo internazionale, vale in ogni oceano e a qualsiasi latitudine.Quando una nave viene minacciata o attaccata, non si colpisce soltanto un carico commerciale. Si mette in discussione la libertà di navigazione e, indirettamente, la capacità dello Stato di proteggere i propri interessi.Per secoli le grandi potenze marittime hanno considerato la sicurezza delle rotte come una responsabilità primaria.Oggi l’Europa si trova invece davanti a una evidente contraddizione strategica.

Da una parte dipende profondamente dal commercio marittimo globale. Dall’altra continua ad affidare in larga misura la sicurezza delle grandi rotte oceaniche alla presenza navale degli Stati Uniti.Negli ultimi decenni molti Paesi europei hanno progressivamente ridotto le proprie capacità militari e navali. Le forze armate sono state orientate soprattutto verso missioni di stabilizzazione, interventi limitati e operazioni di peacekeeping.Nel frattempo il mondo è cambiato.

La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto nel cuore dell’Europa. La competizione strategica tra Stati Uniti e Cina si estende ormai dagli oceani alle catene logistiche globali. Il Medio Oriente continua a vivere una stagione di instabilità permanente. Il controllo delle rotte marittime è tornato ad avere un valore geopolitico centrale.In questo contesto le missioni navali internazionali nel Mar Rosso e nell’area del Golfo rappresentano molto più di semplici operazioni di sicurezza.

Rappresentano la presa d’atto che la libertà di navigazione non può essere considerata acquisita una volta per tutte.Naturalmente questo non significa che l’Europa debba seguire automaticamente ogni iniziativa americana o rinunciare alla propria autonomia politica.Al contrario.

Un’Europa realmente autonoma dovrebbe essere capace di contribuire direttamente alla protezione delle proprie rotte commerciali, di difendere le proprie navi e di sostenere la sicurezza marittima internazionale senza dipendere completamente dalle decisioni di Washington.Esiste infatti una differenza sostanziale tra autonomia strategica e semplice passività.

Negli ultimi anni le amministrazioni americane, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno più volte chiesto agli alleati europei una maggiore assunzione di responsabilità nel campo della sicurezza collettiva.Il problema non riguarda soltanto le spese militari. Riguarda soprattutto la volontà politica di riconoscere che la stabilità economica europea dipende anche dalla capacità di proteggere il sistema marittimo globale.Per l’Italia questo tema dovrebbe avere un significato ancora più profondo.

Il Mediterraneo resta uno dei grandi crocevia strategici del pianeta. Attraverso il Canale di Suez passa una quota decisiva del commercio tra Asia ed Europa. I porti italiani rappresentano uno snodo naturale tra le rotte oceaniche e il mercato continentale europeo.Ma non può esistere una vera politica marittima senza una piena consapevolezza del valore strategico del mare.Per troppo tempo il mare è stato percepito soltanto come una frontiera turistica, una risorsa economica o uno spazio geografico. In realtà il mare continua a essere un elemento decisivo della sicurezza nazionale, della politica internazionale e dell’indipendenza economica.

La storia lo insegna con grande chiarezza.Le civiltà che hanno saputo proteggere le proprie rotte commerciali hanno quasi sempre esercitato anche un ruolo di leadership politica ed economica.Quelle che hanno smesso di presidiare il mare hanno progressivamente perso influenza, autonomia e capacità di decisione.

Per questo motivo il dibattito sulle missioni navali nel Golfo Persico e nel Mar Rosso non dovrebbe ridursi a una polemica contingente o a una disputa puramente giuridica.Dovrebbe diventare piuttosto l’occasione per una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa e dell’Italia nel nuovo scenario internazionale.Perché la questione di fondo resta molto semplice.

Vogliamo continuare a essere una civiltà marittima capace di difendere le proprie rotte commerciali e la propria libertà di navigazione oppure intendiamo limitarci a sperare che altri lo facciano per noi?Chi ha trascorso una parte della propria vita sul ponte di una nave conosce bene una verità che il mare insegna senza retorica.Le rotte restano sicure soltanto finché qualcuno è disposto a proteggerle.E quando una civiltà rinuncia a difendere il mare da cui dipende la propria prosperità, finisce lentamente per indebolire anche la propria libertà.