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Alla ricerca della nave nuragica_di Lucio Deriu

L’archeologia subacquea sta conseguendo nella nostra Isola importanti risultati, sia per  l’affinarsi delle tecniche di ricerca e sia per l’importanza che i ritrovamenti rivestono nella ricostruzione dei traffici che – già a partire dal secondo millennio avanti Cristo – hanno visto la Sardegna come un importante crocevia di intensi commerci marittimi.

In attesa che questa meravigliosa disciplina ci regali il ritrovamento della tanto sospirata “nave nuragica” (personalmente ci credo moltissimo), i tecnici addetti al restauro devono costantemente affinare le metodologie per la conservazione di tutti quegli elementi di cultura materiale che, dopo secoli, rivedono la luce del sole.

Di seguito verrà brevemente esposto come si opera per il trattamento d’urgenza che spesso si è chiamati ad effettuare, ancora sull’imbarcazione di supporto, quando un reperto viene a contatto con l’aria dopo il suo recupero da parte degli archeologi subacquei.

Molte delle navi specificatamente attrezzate per la ricerca e il recupero di materiale immerso, hanno a bordo un piccolo laboratorio in grado di effettuare il first aid: infatti, se così non fosse, si vedrebbero vanificati gli onerosi e talvolta pericolosi sforzi per il recupero di preziose testimonianze del passato come ceramiche o statue marmoree e bronzee.

E’ fuori discussione che un competente tecnico in conservazione di beni culturali trova la sua naturale collocazione in seno ad una equipe formata da archeologi  esperti nello scavo sottomarino. Però tale figura non sempre è presente a bordo per cui una prima fase della conservazione deve essere effettuata da personale non specializzato, che peraltro deve avere una conoscenza pratica di alcune metodiche di manipolazione.

Per esempio piombo e lega di piombo (20% piombo e 80% stagno) non devono essere conservati in imballaggi di cartone o legno, perché potrebbero essere attaccati dai vapori organici emessi da certi legni (come la quercia) o da certe colle o pitture. Al  riguardo  vi sono diverse scuole, soprattutto americane, che prevedono diversi trattamenti per il medesimo reperto degradato e che consistono nella totale immersione dei pezzi in specifici bagni chimici.

Il fattore principale d’instabilità dei materiali provenienti dall’ambiente marino è la presenza di cloruri che si  cristallizzano nel caso di prosciugamento all’aria. Ne consegue la necessità di eliminarli mediante ripetuti lavaggi. Ogni oggetto destinato ad essere conservato a secco può esserlo solo dopo la reazione negativa a specifici test.

I tecnici hanno messo a punto soluzioni provvisorie, per preservare i reperti fino alla consegna in mani e  locali idonei, che prevedono l’utilizzo della stessa acqua di mare in sostituzione di quella dolce che si sa – a bordo di una imbarcazione in navigazione – è il bene più prezioso, spesso razionata  per lo stesso equipaggio. Una imbarcazione da recupero, per quanto attrezzata possa essere, non sempre possiede un dissalatore.

I materiali metallici che compongono reperti, di interesse per il patrimonio culturale, sono costituiti principalmente da leghe. Dobbiamo innanzi tutto definire cosa si intende per leghe antiche: esse sono, in genere, composte da percentuali diverse, e spesso variabili, di metalli che ne costituiscono la struttura. Il tempo, le condizioni d’uso e/o di giacitura condizionano e modificano lo stato fisico e chimico dei metalli e delle loro leghe.

La lega denominata bronzo è composta essenzialmente da rame e da stagno in percentuale variabile dal 5 al 25%. Sono spesso presenti anche altri elementi, che venivano aggiunti intenzionalmente o facevano parte del minerale di provenienza come piombo, zinco, argento, antimonio, arsenico e altri. Le superfici dei bronzi archeologici si presentano, in genere, ricoperte dai prodotti di alterazione e corrosione del rame: l’ossigeno e il l’acqua sono i veicoli fondamentali per l’avvio delle reazioni di ossidazione.

Un trattamento chimico, qualunque sia il materiale di interesse per il patrimonio culturale su cui si interviene, deve agire esclusivamente sul degrado o alterazione che si vuole eliminare o bloccare. Nel caso specifico del bronzo, è necessario inibire la reazione chimica tipica della corrosione ciclica che tende a ripetersi sino ad esaurimento del rame metallico.