L’ho letto e riletto, come si fa con quei libri che non si esauriscono in una sola lettura ma restano sul tavolo come base di riflessione e di studio. Il futuro dell’Africa è in Africa di Marco Valle è uno di quei testi che spingono a guardare con occhi diversi un tema che l’Europa affronta da sempre con superficialità e paura: la crescita dell’Africa e il suo destino, che in parte è anche il nostro.
C’è un’Africa che non vediamo, un’Africa che vive e cresce al di là delle immagini stereotipate che da decenni ci vengono proposte. Non quella delle guerre senza fine, delle carestie e delle fughe disperate, ma quella di milioni di giovani che studiano, lavorano, inventano. Un’Africa che costruisce il proprio futuro e che chiede solo di essere considerata per ciò che è: un continente vitale, plurale, contraddittorio, ma pieno di energia.
È su questa verità rimossa che si concentra Marco Valle nel suo saggio Il futuro dell’Africa è in Africa (Fuori dal coro). Pubblicato nel 2021, il volume risente inevitabilmente del tempo trascorso, e alcuni dati economici o riferimenti di contesto risultano oggi superati. Ma la visione che lo anima rimane pienamente attuale: l’Africa come continente del futuro, laboratorio di innovazione e banco di prova per un nuovo equilibrio mondiale.
Un titolo che, più che un’analisi geopolitica, suona come un monito. Valle, da storico e giornalista attento ai fenomeni del mondo globale, ci invita a guardare oltre la superficie della cronaca e a comprendere ciò che molti, in Europa, fingono di non vedere: l’Africa non è un problema, ma un’opportunità. Non è un continente uniforme e immobile, ma un arcipelago di realtà in rapido cambiamento.
L’autore demolisce l’idea dell’Africa come “cuore di tenebra”, quella visione coloniale e pietistica che ancora domina l’immaginario occidentale. L’Africa, al contrario, è fatta di tante Afriche: regioni diversissime per lingua, religione, cultura, economie e potenzialità. C’è l’Africa mineraria, che fornisce al mondo le materie prime strategiche; c’è l’Africa agricola, che tenta di sfamare un miliardo e mezzo di persone; c’è l’Africa urbana, con metropoli che crescono a ritmi vertiginosi e che già ospitano milioni di giovani connessi al mondo digitale.
È in questo mosaico che si gioca la vera partita del XXI secolo. In un’epoca in cui l’Occidente invecchia e si chiude, l’Africa resta l’unico continente realmente giovane. Una forza demografica che può trasformarsi in sviluppo o in disastro, a seconda di come sarà gestita. Ed è qui che il discorso di Valle si intreccia con la responsabilità europea di tornare a guardare a Sud, non con l’occhio paternalista del benefattore, ma con quello del partner consapevole.
Perché il futuro dell’Africa è in Africa, certo, ma una parte di quel futuro passa anche attraverso il Mediterraneo. E l’Italia, che di quel mare dovrebbe essere la porta e la guida, appare oggi smarrita, senza una politica estera, senza una visione.
Abbiamo ridotto l’intero rapporto con l’Africa alla questione migratoria, trasformando un problema di cooperazione e sviluppo in una contesa ideologica tra chi invoca accoglienza illimitata e chi predica chiusura totale. Entrambe le posizioni, in fondo, rivelano la stessa ignoranza: non conoscere l’Africa, non capirla, non volerla capire.
L’Italia, un tempo, era presente. Aveva un rapporto diretto e profondo con il continente africano, fatto non solo di colonie ma di scambi, di rotte marittime, di imprese, di cultura mediterranea. Oggi, invece, ci limitiamo a subire le scelte altrui – quelle di Francia, Cina, Turchia, Russia – che in Africa investono, costruiscono, creano legami. Noi no. Noi siamo rimasti alla retorica dei barconi e degli aiuti umanitari, alla cooperazione che finanzia progetti a perdere, alle missioni che durano lo spazio di un telegiornale.
Eppure, per chi conosce il mare e la sua logica di ponti e di incontri, la rotta sud è la più naturale. L’Africa non è lontana, è la sponda opposta dello stesso mare. È il nostro retroterra strategico, culturale, economico. Tornare a parlarne non significa cedere alla nostalgia, ma riscoprire una verità geografica e politica: il Mediterraneo non divide, unisce.
L’Africa che Valle descrive è già in cammino. Non attende l’aiuto dell’Europa, ma un riconoscimento di pari dignità. Le nuove classi medie africane si formano nelle università locali, i giovani imprenditori creano start-up, la tecnologia mobile trasforma villaggi isolati in microeconomie dinamiche. Certo, i problemi restano: corruzione, disuguaglianze, instabilità politica. Ma per la prima volta da decenni, il destino del continente non è scritto altrove.
Ed è qui che l’Italia dovrebbe ritrovare la propria vocazione mediterranea.
Invece, il nostro sguardo si è spostato a nord, verso Bruxelles e Berlino, dimenticando che il vero confine della nostra sicurezza e della nostra prosperità non è sulle Alpi, ma nel Sahara. Ogni vuoto lasciato dall’Europa – e dall’Italia in particolare – è occupato da altri: la Cina con le infrastrutture, la Russia con le armi, la Turchia con la religione, gli Stati Uniti con le basi militari.
Nel frattempo, noi continuiamo a oscillare tra il moralismo e l’indifferenza. Siamo diventati spettatori distratti di un cambiamento epocale che ci riguarda da vicino. Eppure, basterebbe poco: una strategia coerente di cooperazione economica, la valorizzazione delle nostre competenze marittime, ingegneristiche, portuali; un sistema educativo capace di accogliere e formare studenti africani in Italia, creando legami duraturi.
Il saggio di Valle non offre ricette, ma una direzione: tornare a pensare in grande. Uscire dall’emergenzialismo e recuperare l’idea di un destino comune tra le due sponde del mare.
Non è più tempo di slogan, ma di visioni. E la visione è chiara: l’Africa non è un continente da “aiutare”, ma un interlocutore da comprendere. È lì che si giocheranno le sfide demografiche, ambientali, energetiche dei prossimi decenni. Ed è da lì che l’Italia può ripartire, se avrà il coraggio di tornare a essere ciò che è sempre stata: un Paese di mare, di dialogo e di rotte.
Il futuro dell’Africa è in Africa, scrive Valle. Ma anche il futuro dell’Italia, se solo saprà guardare nella direzione giusta. Perché nel Mediterraneo – come nella storia – il vento soffia sempre da Sud.

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