Il mare, che per millenni è stato simbolo di apertura, libertà e scambio tra i popoli, davanti alla Striscia di Gaza diventa paradossalmente confine chiuso, barriera sorvegliata, limite invalicabile. Pochi chilometri di costa mediterranea, appena una quarantina, racchiudono una delle questioni più complesse e controverse del diritto internazionale contemporaneo: a chi appartengono le acque prospicienti Gaza? Sono palestinesi, come prevede la legge del mare, o sono israeliane, come avviene nella pratica quotidiana?
Una domanda apparentemente tecnica, che in realtà tocca la vita di centinaia di migliaia di persone, la stabilità del Mediterraneo orientale e i rapporti tra Israele, Palestina e la comunità internazionale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS) è chiara: ogni Stato costiero ha diritto a un mare territoriale largo fino a 12 miglia nautiche dalla propria costa. Se applichiamo questa regola alla Striscia di Gaza, il calcolo è semplice: i circa 40 km di costa dovrebbero garantire ai palestinesi una fascia marina di sovranità pari a 12 miglia.
In più, gli Accordi di Oslo del 1993–95, firmati tra Israele e OLP, andavano anche oltre: prevedevano che i palestinesi potessero disporre di una zona di pesca e di navigazione fino a 20 miglia nautiche, pur sempre con la sorveglianza israeliana per motivi di sicurezza.
Eppure, ciò che la carta e i trattati riconoscono non coincide con la realtà. Il mancato riconoscimento pieno dello Stato palestinese, unito al blocco imposto da Israele dal 2007, ha reso il mare di Gaza uno spazio conteso: formalmente palestinese, ma concretamente gestito da Israele.
Dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas a Gaza, Israele ha imposto un blocco navale totale alla Striscia. La Marina israeliana pattuglia costantemente le acque, impedisce a navi mercantili, umanitarie o militari di avvicinarsi senza autorizzazione, e limita drasticamente la libertà di pesca dei palestinesi.
Nella pratica, i pescherecci di Gaza possono spingersi solo a 3–6 miglia nautichedalla costa, ben lontano dalle 12 previste dal diritto internazionale e dalle 20 degli Accordi di Oslo. Chi oltrepassa questo limite rischia il sequestro, o peggio. Episodi di sparatorie di avvertimento e di abbordaggi sono ormai cronaca ordinaria. In questo modo, Israele esercita un controllo de facto totale sul mare di Gaza, trattandolo come proprio spazio di sicurezza, pur senza mai dichiararlo formalmente.
Le ricadute di questo controllo sono economiche per la pesca, da sempre una delle poche risorse disponibili per la popolazione della Striscia ridotta a margini minimi. I fondali vicini alla costa sono poveri di pesce, mentre i banchi più ricchi si trovano oltre le 9–10 miglia, oggi irraggiungibili.Sociali perché migliaia di famiglie di pescatori vivono in condizioni precarie, sottoposte a controlli, inseguimenti e spesso anche alla confisca delle imbarcazioni ed infine umanitarie: il blocco navale impedisce qualsiasi ingresso diretto di navi cargo o convogli umanitari, costringendo gli aiuti a passare per Israele o per l’Egitto.
Il mare, che dovrebbe rappresentare una via di apertura e speranza, a Gaza si trasforma in muro liquido che intrappola un’intera popolazione.
Il caso delle acque di Gaza è un esempio emblematico della differenza tra diritto formale e realtà politica.De iure: le acque fino a 12 miglia dalla costa sono palestinesi, in base al diritto internazionale.De facto: Israele esercita controllo militare assoluto, autorizzando o vietando ogni attività.
Un dualismo che non si risolve in astratti dibattiti giuridici, ma che pesa sulla vita quotidiana di chi abita la Striscia e sulle dinamiche geopolitiche di tutta la regione.
Cosa accadrebbe se una nave italiana – mercantile, ONG o militare – si trovasse a 10 miglia dalla costa di Gaza? Dal punto di vista giuridico, quella nave si troverebbe in acque palestinesi, quindi Israele non avrebbe titolo a fermarla. Ma dal punto di vista pratico, la Marina israeliana interverrebbe immediatamente.
Nel caso di un blocco o di un sequestro, l’Italia potrebbe protestare, attivare canali diplomatici e ricorrere al diritto internazionale, ma difficilmente si esporrebbe da sola a un confronto diretto. Nel caso di un attacco armato, la questione cambierebbe radicalmente: si tratterebbe di una grave aggressione contro un Paese sovrano, con possibili conseguenze in sede ONU e NATO.
Qui sta la differenza cruciale: un blocco è controversia politica e giuridica; un bombardamento è casus belli. Per un Paese come l’Italia, legato al Mediterraneo e storicamente impegnato per la libertà di navigazione, la questione non è di poco conto. Da un lato ci sono i principi del diritto internazionale e la difesa dei propri interessi marittimi; dall’altro le relazioni con Israele, partner strategico e alleato dell’Occidente.
La linea che Roma – come Bruxelles – segue è quella della diplomazia cauta: protestare quando necessario, richiamare al rispetto del diritto, ma evitare scontri diretti. In sostanza, un equilibrio difficile tra legalità internazionale e realpolitik.
Il mare di Gaza, piccolo tratto di Mediterraneo, racchiude tutte le contraddizioni del nostro tempo: diritto negato, sovranità incompiuta, sicurezza contrapposta alla libertà, politica che prevale sulla vita delle persone.
Per chi vive sulla riva, il mare non è orizzonte aperto, ma barriera. Per chi osserva da fuori, è la prova di quanto fragile sia l’equilibrio tra diritto e potere.
Il Mediterraneo, mare che da sempre unisce civiltà, qui diventa simbolo di divisione. Ma proprio per questo, raccontarlo e spiegarlo è dovere di chi crede che il mare non appartenga mai davvero a chi lo controlla con la forza, ma a chi lo vive, lo rispetta e lo attraversa in libertà.


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